Libera lo splendore prigioniero. Il tentativo è quello di attivare delle volontà, di far partire una scintilla che, raccolta da chi ci segue, crei una scarica permanente, un flusso. Verrà il momento in cui tutti gli sconvolgimenti cosmici si assesteranno e l’universo si aprirà per un attimo, mostrandoci quello che può fare l’uomo.

sabato 1 novembre 2008

LA DOTTRINA DEGLI STATI MOLTEPLICI DELL’ESSERE NEL CRISTIANESIMO

Sul finire degli anni Cinquanta il dantista Philippe Guiberteau (1897-1972), che nel 1947 ha già dato alle stampe una traduzione del Paradiso, si appresta a curare per Gallimard l’edizione commentata del Convivio. Per l’occasione entra in contatto epistolare con lo shaykh Mustafa 'Abd al-'Aziz, il rumeno naturalizzato francese Michel Valsan (1907-74), che tra il ’58 e il ’59 gli indirizza tre lettere ora pubblicate in italiano con il titolo La dottrina degli stati molteplici dell’Essere nel Cristianesimo (ed. Orientamento/Al-Qibla, Reggio Emilia 2007).
Rifacendosi in particolare a Tommaso d’Aquino, Ruysbroeck e Dante, Valsan considera a tutti gli effetti come cristiana la concezione secondo cui nell’uomo sono compresenti tre differenti stati dell’essere: umano, angelico e divino. L’obiettivo delle tradizioni iniziatiche orientali e occidentali consiste appunto nel risvegliare quest’ultimo livello, arrivando all’identificazione senza mediazioni tra il conoscitore e l’oggetto della conoscenza, tra l’amante e l’Amato. È questa la realizzazione metafisica ("l’Identità suprema dell’io e del Sé"), l’"indiarsi" in cui sfocia il trasumanar dantesco. Valsan è convinto che tale finalità realizzativa fosse perseguita, in seno al Cattolicesimo medievale e non in contrapposizione alla dottrina della Chiesa, da gruppi di sapienti e di contemplativi piuttosto ristretti dei quali facevano parte i "fedeli d’Amore" stilnovisti: un’esperienza conoscitiva, nella quale l’ambito dell’"essere" non si può disgiungere da quello del "vedere", che era inevitabilmente connotata in senso elitario anche se non classista, come chiarì per primo Guinizelli con la teoria del gentil core. Guiberteau, in seguito diventato presidente della "Société d’études dantesques", è un appassionato lettore di Guénon ma, a differenza di Guénon, ritiene che la confraternita a cui sarebbe appartenuto Dante stesso avesse caratteristiche settarie, ereticali e gnostiche tali da porlo al di fuori dell’ortodossia cattolica. Nelle sue lettere Valsan si sforza di dimostrare invece come la dottrina su cui poggiano i presupposti della realizzazione metafisica, quella appunto degli stati molteplici dell’essere, si ponga come "il fondamento dottrinale immutabile di tutti i teologi e i maestri autentici della spiritualità cristiana". A sostegno di questa tesi Valsan riprende diversi testi della tradizione cristiana, a partire da quel versetto 6 del Salmo 82 citato nel Vangelo di Giovanni (X, 31-39) che pare piuttosto esplicito in tal senso: "Ho detto: voi siete degli dei! Voi siete i figli dell’Altissimo!" ("Ego dixi: dii estis et filii Excelsi omnes"), per arrivare a Tommaso d’Aquino, secondo il quale la "somiglianza" (similitudo) degli uomini con Dio si basa "sul fatto che essi rappresentano la ragione concepita intellettualmente da Dio" (secundum repraesentationem rationis intellectae a Deo), e a Ruysbroeck, che nell’Ornament des Noces spirituelles si riferisce all’"unità in cui Dio e lo spirito amante sono uniti senza intermediario". Una nitida enunciazione della dottrina degli stati molteplici è contenuta per esempio in Convivio, III, 7, 6: "ne l’ordine intellettuale de l’universo si sale e discende per gradi quasi continui da la infima forma a l’altissima e (da l’altissima) a la infima". La salita per i gradi dell’essere fino a raggiungere l’Identità Suprema è resa possibile da quella che Dante chiama la mente, vale a dire dalla facoltà intuitiva e contemplativa comune all’uomo e agli angeli, la "fine e preziosissima parte de l’anima che è deitade" (Convivio, III, 2, 19) risvegliata e attivata dalla Grazia, che "participa de la divina natura a guisa di sempiterna intelligenza" (Convivio, III, 2, 14). La tradizione pienamente cattolica in cui si inserisce Dante rende attuali proprio quelle potenzialità iniziatiche, indispensabile prologo celeste di ogni forma religiosa e devozionale, sistematicamente dimenticate o soffocate in tempi a noi più vicini: forse è proprio su questo campo, con in palio il recupero di un grandioso patrimonio spirituale perduto, che per l’Europa si giocherà la partita decisiva degli anni a venire.

La schiavitù monetaria: una mostruosità storica nata nel 1694 con la Banca d’Inghilterra

LE PAROLE DI SATANA

di Giacinto Auriti


Goethe affermava che “nessuno è più schiavo di chi si ritiene libero senza esserlo”. Questo principio è particolarmente valido nel sistema monetario vigente.
Il cittadino si illude di essere proprietario dei soldi che ha in tasca, mentre ne è debitore. La banca, infatti, emette la moneta solo prestandola, sicché la moneta circola gravata di debito.
Il segno della schiavitù monetaria è data dal fatto che la proprietà nasce nelle mani della banca o, per meglio dire, del banchiere ché emette prestando e prestare è prerogativa del proprietario.
La moneta, invece, deve nascere di proprietà del cittadino perché è lui che, accettandola, ne crea il valore; tanto è vero che, se si mette un governatore a stampare moneta in un isola deserta, il valore non nasce perché, mancando la collettività, viene meno la possibilità stessa della volontà collettiva che causa questo valore. Come ogni unità di misura (e la moneta è la misura del valore) anche la moneta è una convenzione.
Quando la moneta era d’oro chi trovava una pepita se ne appropriava senza addebitarsi verso la miniera. Oggi al posto della miniera c’è la banca centrale, al posto della pepita un pezzo di carta, al posto della proprietà il debito.
Non si può comprendere come sia stata possibile questa mostruosità storica (nata nel 1694 con la Banca d’Inghilterra e con l’emissione della sterlina) se non si muove dalla definizione della moneta strumento (sterco) del demonio. La verità di questa definizione è stata avvertita anche da S. Francesco d’Assisi quando vietava ai padri questuanti di ricevere oboli in moneta. Noi ora ne dimostreremo la piena fondatezza sulla base delle stesse parole di Satana che stanno nel Vangelo.
Satana, nel Vangelo, parla tre volte. Dopo il digiuno di Cristo nel deserto, Satana Gli dice: “Tramuta le pietre in pane”. Per lo più queste parole sono interpretate nel senso di considerarle come tentazione in quanto Cristo era affamato e mangiare pane sarebbe stato motivo della tentazione. Questa interpretazione non è accettabile perché la tentazione è sempre relativa ad un peccato e mangiare pane dopo quaranta giorni di digiuno è moralmente ineccepibile.
Dunque la giustificazione delle parole di Satana va intesa diversamente e chi ci dice come interpretare le parole di Satana è proprio Cristo quando, rispondendo a Satana, afferma (Mt. 4,4)
“Sta scritto, non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.
Ciò che sorprende in questa frase di Gesù è la novità della proposta, mai considerata dai teorici dell’interpretazione, di dedurre il significato delle parole non dalla loro espressione letterale, ma dalla bocca che le pronuncia. Quelle parole erano uscite dalla bocca di Satana; sicché per interpretarle esattamente va considerata l’ipotesi, peraltro assurda, che Cristo avesse accettato l’invito di Satana e trasformato le pietre in pane. In tal caso avrebbe potuto ben dire a Cristo: "Tu puoi mangiare pane per mio merito perché io Ti ho dato il consiglio di trasformare le pietre in pane.” Quindi Cristo sarebbe stato trasformato da “padrone” a “debitore” del Suo pane.
A ben guardare questa ipotesi si verifica puntualmente nell’emissione della moneta nominale. Quando la banca centrale emette moneta prestandola, induce la collettività a crearne il valore accettandola, ma contestualmente la espropria ed indebita di altrettanto, esattamente come Satana avrebbe fatto se Cristo avesse accettato l’invito di trasformare la pietra in pane. Se si mette al posto della pietra la carta, ed al posto del pane l’oro, al posto di Satana la banca, si riscontrano nella emissione della Sterlina oro-carta e di tutte le successive monete nominali, tutte le caratteristiche della tentazione di Satana.
Con la costituzione della Banca d’Inghilterra e del sistema delle banche centrali, tutti i popoli del mondo sono stati trasformati da proprietari in debitori ineluttabilmente insolventi del proprio denaro. La banca, infatti, prestando il dovuto all’atto dell’emissione, carica il costo del denaro del 200%. L’Umanità è così precipitata in una condizione inferiore a quella della bestia. La bestia, infatti, non ha la proprietà, ma nemmeno il debito.
È gran tempo ormai che si comprenda che tutti possono prestare denaro tranne chi lo emette. Con la moneta debito l’Umanità è stata talmente degradata che non a caso si è verificato il fenomeno del “suicidio da insolvenza” come malattia sociale che non ha precedenti nella storia. Ciò conferma la Profezia di Fatima: “I vivi invidieranno i morti”.
Non si possono valutare esattamente le tentazioni di Satana se non le si considerano nel loro contesto globale. Particolarmente significativa, in questo senso, è la terza tentazione (Mt. 4, 8-9)
" Gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro magnificenza, poi disse a Gesù: tutto questo io Ti darò. Se Ti prostri e mi adori”. Adorare prostrati significa mettere Satana sull’altare al posto di Dio. Ciò spiega perché gli adoratori di Satana contestano fondamentalmente e necessariamente l’Eucarestia Cattolica.
La circostanza che il Protestantesimo si sia basato sulla contestazione dell’Eucarestia Cattolica ed abbia promosso la costituzione delle banche centrali come promotrici della moneta-debito parla da se. Non a caso il parlamento inglese approva nel 1673 il Test Act: l’editto con cui viene dichiarata illegittima l’Eucarestia Cattolica e la Transustanziazione.
Non a caso nel 1694 viene fondata la banca d’Inghilterra che emette la sterlina sulla regola di trasformare il simbolo di costo nullo in moneta, inaugurando l’era dell’oro-carta.
Non a caso nasce la subordinazione del potere religioso a quello politico quando il re d’Inghilterra diventa anche capo della religione protestante anglicana sovvertendo l’ordine gerarchico del Sacro Romano Impero per cui l’autorità politica era autonoma ed eticamente subordinata alla sovranità religiosa.
Non a caso quando il protestantesimo entra in Europa continentale non fonda una chiesa, ma una banca: la Banca Protestante il cui presidente, il Neker, diventa consigliere di Luigi XIV.
Non a caso tutte le monarchie cattoliche della vecchia Europa si disintegrano perché si indebitano senza contropartita verso i banchieri per la moneta satanica da questi emessa a costo nullo e che gli stessi re avrebbero potuto emettere gratuitamente per proprio conto senza indebitarsi.
Non a caso in Svizzera vige la regola di essere ad un tempo “banchieri” e “protestanti”.
Non a caso la differenza essenziale tra Sacro Romano Impero e Commonwealth Britannico è la moneta. Lì il portatore è proprietario delle moneta, qui è debitore.
Non a caso, dopo aver tolto Dio dall’altare con la negazione dell’Eucarestia Cattolica e fondata la banca d’Inghilterra, il Commonwealth raggiunge nel 1855 una estensione di 22 milioni e 750 mila chilometri quadrati. Oggi tutto il mondo è Commonwealth. Tutto il mondo è “colonia monetaria”.
Satana, principe di questo mondo, è una persona seria: mantiene le promesse fatte a fin di male. Dopo che il male è stato fatto concede ai suoi adoratori il dominio su tutti i popoli del mondo.
Su queste premesse ci si spiega anche la tentazione di Satana quando esorta Cristo a gettarsi dalla cima del tempio della Città Santa. Chi è padrone di tutto il mondo e di tutto il denaro del mondo, o perché lo possiede o perché ne è creditore, non desidera sovranità e ricchezza perché già le possiede, ma ha sete di vanagloria. Si giustifica così anche questa tentazione.
LA CRISI FINANZIARIA MONDIALE DELL'AUTUNNO 2008

Si dice spesso che capitalismo sia sinonimo di crisi, ovvero che esso si nutra delle crisi che provoca, oppure che la sua « facoltà d’adattamento » sia illimitata, lasciando così intendere che esso sia indistruttibile. In realtà, è necessario distinguere le crisi cicliche, congiunturali (descritte ad esempio dai celebri « cicli » di Kondratieff), dalle crisi sistemiche, strutturali (come quelle che ebbero luogo tra il 1870 ed il 1893, all’epoca della Grande Depressione del 1929, o quelle occorse tra il 1973 ed il 1982, quando una disoccupazione di tipo strutturale ha cominciato ad apparire tra i paesi occidentali). Con la crisi finanziaria attuale, è indubbio che ci si trovi di fronte ad una crisi strutturale, corrispondente ad una rottura della pertinenza logica e della coerenza dinamica della totalità del sistema. Giunta dopo la crisi del mercato azionario del 1987, la recessione americana del 1991, la crisi asiatica del 1997, l’esplosione della bolla dei valori Internet del 2001, questa crisi, molto più forte delle precedenti, è decisamente la più grave che si sia conosciuta fin dagli anni Trenta. 
La maggior parte della gente comprende assai poco di ciò che sta accadendo. Gli si sono decantati per anni i meriti del « modello americano » ed assicurati i benefici della « mondializzazione felice ». Essa vede ora il modello americano diffondersi e la globalizzazione accrescere la miseria sociale. Lo spettacolo delle banche centrali - sia negli Stati Uniti che in Europa - che hanno immesso, dopo il 15 settembre, centinaia di miliardi di dollari e di euro sui mercati finanziari, le pone da pensare: da dove viene tutto questo denaro? Le domande inoltre si nutrono della sensazione che nessuno sembra veramente sapere che cosa si possa fare. Il relativo silenzio della maggior parte degli uomini politici a tale riguardo è significativo. Infine, la gente si domanda se questa crisi fosse o meno prevedibile. E se fosse stata prevedibile, perché non è stato preso alcun provvedimento tempestivo? Se viceversa non fosse stata prevedibile, non è questa una prova che nessuno controlla un sistema finanziario lanciato in una folle corsa in avanti? Di fatto siamo di fronte ad una tripla crisi: crisi del sistema capitalista, crisi della mondializzazione liberale, crisi dell’egemonia americana.
La spiegazione più frequentemente avanzata per interpretare l’attuale crisi è l’indebitamento delle famiglie americane dal versante dei mutui ipotecari immobiliari (i famosi « subprimes »). Si dimentica soltanto di dire perché si siano indebitate. Uno dei tratti dominanti del « turbo-capitalismo », corrispondente alla terza ondata della storia del capitalismo, è il completo controllo dei mercati finanziari globalizzati. Questo controllo dà un potere crescente ai detentori di capitale, ed in particolar modo agli azionisti, che sono oggi gli effettivi proprietari delle società quotate in Borsa. Desiderosi di ottenere un rendimento massimale il più rapido possibile dei loro investimenti, gli azionisti spingono alla compressione dei salari ed alla delocalizzazione opportunistica della produzione verso i paesi in via di sviluppo dove l’aumento della produttività va di pari passo con il basso costo salariale. Risultato: prima di tutto, l’aumento del valore aggiunto profitta ai redditi da capitale piuttosto che ai redditi da lavoro, la deflazione salariale si traduce nella stagnazione o nella perdita del potere d’acquisto della maggioranza della gente, e si ha infine la diminuzione della domanda solvibile globale.
La strategia attuale della Forma-Capitale è dunque di comprimere sempre più i salari, di aggravare crescentemente la precarietà del mercato del lavoro, producendo nel contempo un impoverimento relativo delle classi popolari e dei ceti medi che, nel tentativo di mantenere il loro tenore di vita, non hanno altra risorsa che l’indebitamento, nello stesso tempo che la loro solvibilità diminuisce. 
La possibilità offerta alle famiglie di chiedere prestiti per sostenere le spese quotidiane o acquistare una casa è stata l’innovazione maggiore del capitalismo nel dopo-guerra. Le economie sono da allora state stimolate da una domanda artificiale fondata sulla facilità del credito. Oltreoceano, questa tendenza è stata incoraggiata dagli anni ’90 attraverso la concessione di condizioni di credito sempre più favorevoli (contributo personale prossimo allo 0 %), senza alcune considerazione sulla solvibilità di mutuatari ed imprestatari. Si è inoltre cercato di compensare il calo della domanda solvibile risultante dalla compressione dei salari attraverso l’entusiasmo per la macchina del credito. In altri termini, si sono stimolati i consumi attraverso il credito, non potendoli stimolare attraverso l’aumento del potere d’acquisto. È stato l’unico mezzo, per i detentori dei portafogli finanziari, di trovare nuovi giacimenti di rimuneratività, fosse anche al prezzo di rischi inconsiderati. Da qui il faraonico indebitamento delle famiglie americane, che hanno scelto dopo tanto tempo di consumare piuttosto che di risparmiare (considerando inoltre che nel frattempo il 17 % della popolazione è già privo di ogni copertura sociale). Le famiglie americane sono oggi due volte più indebitate delle famiglie francesi, e tre volte più indebitate delle famiglie italiane. Il loro stesso sovra-indebitamento è praticamente uguale al prodotto interno bruto (PIB) degli Stati Uniti. In seguito, si è speculato sui « crediti marci » dalla prospettiva della « cartolarizzazione », che ha permesso ai grandi attori della sfera del credito di sgravarsi - e di rendere liquidi – dai rischi di insolvibilità dei loro imprestatari. La « cartolarizzazione», che è un’altra fra le maggiori innovazioni finanziarie del capitalismo del dopo-guerra, consiste nella suddivisione in parti,  dette obbligazioni, di prestiti accordati con una banca o una società di crediti, per poi rivendere il montante, in altri termini il rischio, ad altri agenti finanziari appartenenti al mondo dei fondi di deposito. Si è creato così un vasto mercato del credito, che è nel contempo un mercato del rischio. È il crollo di questo mercato che ha provocato la crisi attuale.
Ma la presente è anche una crisi della mondializzazione liberale. La trasmissione brutale della crisi ipotecaria americana ai mercati europei è il frutto diretto di una mondializzazione pilotata e realizzata dagli apprendisti stregoni della finanza. Al di là della sua causa immediata, essa costituisce l’esito di 40 anni di deregolamentazione voluta da un modello economico globale secondo le ricette liberali. È in effetti l’ideologia della « dérégulation » che ha reso possibile il sovraindebitamento americano, esattamente com’essa era già stata all’origine delle crisi messicana (1995), asiatica (1997), russa (1998), argentina (2001), ecc. D’altra parte, è anche la globalizzazione che ha creato una situazione nella quale le crisi maggiori si propagano oramai quasi istantaneamente, in modo « virale » come avrebbe detto Jean Baudrillard, per la totalità del pianeta. È per tale motivo che la crisi americana ha toccato così rapidamente i mercati finanziari europei, a cominciare dal mercato del credito, con tutte le conseguenze che può avere una simile ondata di shock in un momento in cui l’economia americana come quella Europea sono ai limiti della recessione, se non della depressione. Da questo punto di vista, è una comica irresistibile osservare coloro che non demordono nell’incensare i meriti della « mano invisibile » e le virtù del mercato « autoregolamentato » (« è il mercato che si deve occupare del mercato», si legge regolarmente sul Financial Times) precipitarsi verso i poteri pubblici per chiedere loro ricapitalizzazioni o nazionalizzazioni di fatto. È la visione lampante dell’ipocrisia liberale: privatizzazione dei benefici e socializzazione delle perdite. Si sapeva già che gli Stati Uniti, grandi difensori del libero scambio, non si privano mai del ricorso al protezionismo ogni qualvolta esso giovi ai loro interessi. Ed ora si rende evidente come gli avversari del « big governement » si rivolgono allo Stato quando sono sull’orlo del fallimento. La nazionalizzazione di fatto di Fannie Mae e Freddie Mac, i due giganti del prestito ipotecario americano, rappresenta a tal riguardo un fatto senza precedenti. Mentre nel 1929 il governo americano fece l’errore di affidare la gestione della crisi ad un « sindacato di banchieri » diretto da Rockefeller, Henry Paulson, segretario del tesoro, e Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve, oggi hanno deciso di nazionalizzare gli stabilimenti maggiormente minacciati. Decisione unica nella storia degli Stati Uniti dall’epoca di Ronald Reagan, ed intervento più radicale mai effettuato all’interno del privato mondo della finanza di tutta la storia della Federal Reserve. Si può qui osservare un brutale ritorno al principio di realtà. Ma è nel contempo, per l’ideologia liberale, l’affondamento di uno dei suoi principi di legittimazione (la sfera pubblica non deve mai interferire con i meccanismi del mercato, pena la perdita della sua efficacia).
Non si deve perdere di vista, infine, che questa crisi mondiale ha la sua origine negli Stati Uniti, ovvero in un paese che deve già fronteggiare un deficit di bilancio abissale, un debito estero che non cessa di crescere ed un deficit commerciale colossale. Dopo 10 anni, l’economia americana non ha più come motore la crescita dovuta alla produzione reale, ma l’espansione del debito e della rendita monetaria risultanti dal dominio mondiale del dollaro. L’indebitamento totale (debito pubblico + debito delle famiglie + debito delle imprese) rappresenta oggi l’equivalente del 410% del PIB (dunque il montante è di 13000 miliardi di dollari) - l’adozione del piano Paulson sarebbe tutt’al più chiamata ad aggravare il déficit ! Ora, la crisi non può che contribuire ad erodere la fiducia nel dollaro, che tenderà con tutta probabilità a diminuire ulteriormente. Il fatto che il dollaro sia nel contempo una valuta nazionale e un unità di conto internazionale, in più libera da ogni legame con l’oro dal 1971, ha permesso per lungo tempo agli Stati Uniti di affermare e di far pesare la loro egemonia mentre continuavano a registrare deficits colossali. Il procedimento è consistito – per gli Americani – nell’esportazione sistematica dei loro titoli di debito verso paesi eccedenti. Nell’avvenire, l’inquietudine dei grandi fondi pubblici e privati che, particolarmente in Asia, detengono quantità considerevoli di titoli pubblici e parapubblici americani (buoni del Tesoro ecc.), e dunque tanto credito nei confronti degli Stati Uniti, sarà determinante. Allo stato attuale, il 70 % di tutte le riserve straniere nel mondo sono costituite da dollari, e questa massa non ha da lungo tempo il minimo rapporto con il volume reale dell’economia americana. Negli anni che verranno, non è impossibile che i paesi esportatori di petrolio abbandoneranno a poco a poco il dollaro (i famosi « petrodollari ») in favore dell’euro. A lungo termine, questa situazione potrebbe portare paesi come la Cina e la Russia ad assumere responsabilità finanziarie internazionali, e a mostrare come si rapporteranno nei confronti di una concezione alternativa all’ordine finanziario internazionale attuale. George Soros nella primavera scorsa  lo disse senza ambiguità: « il mondo si avvia deciso verso la fine dell’era del dollaro ». 
Adesso si rassicura sul fatto che sarà sufficiente « regolamentare » o « moralizzare » il sistema per evitare questo genere di crisi. Gli uomini politici, a cominciare da François Fillon e Nicolas Sarkozy, parlano di « deviazione della finanza », mentre altri stigmatizzano l’« irresponsabilità » dei banchieri, lasciando in tal modo intendere che la crisi non è dovuta che ad un’insufficienza di regolamentazione e che un ritorno a pratiche più « trasparenti » permetterebbe di rianimare e rimettere in gioco un capitalismo meno carnivoro. È un doppio errore. In primo luogo perché è precisamente l’impotenza dei politici nei confronti della crisi di efficacia del capitale che ha aperto la via alla liberalizzazione totale del sistema finanziario.
Di seguito e soprattutto, perché si ignora così la natura stessa del capitalismo. « Il capitale soffre ogni limite come un ostacolo », disse già Karl Marx. La logica dell’accumulo del capitale è l’illimitazione, il rifiuto di ogni limite, la razionalizzazione del mondo attraverso la ragione mercantile, la trasformazione di tutti i valori in merci, la Gestell di cui ha parlato Heidegger.  L’adozione del piano Paulson sarebbe certamente necessaria, ma avrebbe senza dubbio effetti perversi. In effetti, se le banche e le grosse società sull’orlo del baratro sono assicurate dal sostegno finanziario dei poteri pubblici, tale operazione rappresenta un incitamento indiretto al riprodursi delle stesse disfunzioni, conducendo così a nuove crisi speculative.  Nell’immediato, è significativo che né le iniezioni di liquidità provenienti dalla Federal Reserve e delle banche centrali, né l’adozione del piano Paulson sembrano aver provocato la reazione positiva sperata da parte dei mercati. È la chiara dimostrazione dei limiti di una politica puramente monetaria.
Nelle fasi di sovra-accumulazione del capitale, il rafforzamento del potere finanziario diviene la leva determinante di un’intera strategia volta ad aumentare la redditività del capitale stesso. Al di là della sola finanza, è infatti la regolamentazione dell’economia tutta attraverso il solo criterio del profitto, senza considerazione dei fattori umani, delle vite maltrattate, dell’esaurimento delle risorse naturali, dei costi non mercantili (le « esternalità negative »), che è messa in questione dalla crisi finanziaria. La causa ultima di questa crisi è la ricerca del profitto finanziario più elevato possibile nel minimo tempo, e dunque la ricerca dell’aumento massimale del valore del capitale ad esclusione di ogni altra considerazione. Per un effetto « domino », la crisi può portare alle estreme conseguenze i difetti di pagamento a catena di tutti gli agenti economici, e dunque un affondamento del sistema finanziario mondiale? Ciò non accadrà. È possibile che le misure prese in queste ultime settimane siano di una natura tale da impedire al sistema finanziario di crollare completamente. Ma nel migliore dei casi, la crisi economica si avvia a perdurare a lungo, con una recessione (o una depressione) negli Stati Uniti ed un forte rallentamento in Europa, che provocherà un balzo della disoccupazione. Risulterà inoltre necessariamente un calo importante dei profitti, che si ripercuoterà inevitabilmente sui mercati e sull’andamento della Borsa. Contrariamente a ciò che si dice talvolta, la linea tra l’economia speculativa e l’economia reale è ben tracciata ed evidente. Le imprese dipendono a tutti gli effetti dal sistema bancario, non fosse altro che per il credito di cui necessitano per i loro investimenti. Ora, la crisi porterà le banche, fragili per l’accumulazione di cattivi debiti generati dal campo immobiliare, a ridurre brutalmente i loro crediti (è il « credit-crunch »). Le conseguenze politiche e sociali si faranno sentire molto presto. Le difficoltà sono appena all’inizio. 
Alain de Benoist

giovedì 30 ottobre 2008


O Capitano, mio Capitano!

Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino, noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni necessarie al nostro sostentamento, ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Citando Walt Whitman: “O me, o vita! Domande come queste mi perseguitano, infiniti cortei d'infedeli, città gremite di stolti. Che v'è di nuovo in tutto questo? O me, o vita!”. Risposta: che tu sei qui, che la vita esiste e l'identità, che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso.
È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva, anche se può sembrarvi sciocco o assurdo, ci dovete provare.
Quando leggete non considerate soltanto l'autore, considerate quello che voi pensate. Figlioli dovete combattere per trovare la vostra voce, più tardi cominciate a farlo, più grosso è il rischio di non trovarla affatto. Thoreau dice: “Molti uomini hanno vita di quieta disperazione". Non vi rassegnate a questo, ribellatevi, non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno. Osate cambiare, cercate nuove strade.
Ci teniamo tutti ad essere accettati ma dovete credere che i vostri pensieri siano unici e vostri, anche se ad altri sembrano strani e impopolari, anche se il gregge può dire : "Non è behhh!". Come ha detto Frost: “Due strade trovai nel bosco ed io, io scelsi quella meno battuta, ed è per questo che sono diverso”. Andate pure controcorrente.
C'è un tempo per il coraggio e un tempo per la cautela, ed il vero uomo sa come distinguerli.
“Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita, e non scoprire in punto di morte che non ero vissuto” (H. D. Thoreau).

Così insegnava il Prof. Keating nel film di Peter Weir, “L'attimo fuggente”. Il pur transitorio ministro Gelmini comprende cosa significa educare, formare, trasmettere?

mercoledì 29 ottobre 2008


LA BATTAGLIA DELLE IDEE

Cerchiamo di chiarirci insieme quel che ci proponiamo di realizzare attraverso questo blog. Il tentativo è quello di attivare delle volontà, di far partire una scintilla che, raccolta da chi ci segue, crei una scarica permanente, un flusso. Vogliamo raccogliere delle esperienze e metterle alla portata di tutti; perché ognuno vi contribuisca come può e si crei un embrione organizzato di mondo “ nostro” , coi suoi codici, le sue caratteristiche, il suo modo di essere. Si tratta di realizzare l’ alternativa dopo averla sterilmente inseguita per anni al puro livello concettuale. Pigrizia e vittimismo sembrano essere divenute due “ doti” di fondo di chi si accosta
al nostro ambiente spirituale e tradizionale. Dobbiamo, dovete reagire; prendere contatto, muovervi, partecipare. È la sola via per far si che l’ emarginazione cui questo mondo ci condanna come diversi, agisca positivamente sulla nostra pelle, consentendoci di vivere la crisi in prima
persona e di venirne fuori. Ragazzi e ragazze, giovani e meno giovani, militanti e non, sono chiamati a creare questo mondo in cui ci si debba sentire per forza out, e non si sia condannati a seguire, impotenti, la dispersione ciclica e il recupero da parte del mondo borghese. Ma è questa la via, la sola che consente di sfuggire alle mille trappole del sistema.

martedì 28 ottobre 2008


'68

«I porti invecchiano/ Venezia è sempre da salvare/ L’Inps assediata/ Gli statali in sciopero/ L’edilizia in crisi/ Gli ortofrutticoli danneggiati dal Mec/ Il turismo regredisce/ Le acque sono inquinate/ I treni ritardano/ La circolazione in crisi/ Lo sciopero dei benzinai/ Gli studenti preparano la protesta/ Rivolta nelle carceri/ La riforma burocratica ferma/ Napoli paralizzata/ Sciopero dei netturbini/ La crisi del latte/ La pornografia in crisi/ Il divorzio è in crisi/ Crisi dell’istituto familiare/ I giovani non si sposano più/ La torre di Pisa ancora in pericolo/ Il porto di Genova paralizzato/ I telefoni non funzionano/ Posta che non viene distribuita/ La crisi dei partiti/ La crisi delle correnti dei partiti/ Lo Stato arteriosclerotico/ Il Mezzogiorno in crisi/ Le regioni in crisi/ Il comune di Roma aumenta il disavanzo/ Ferma la metropolitana a Roma/ Duello di artiglierie a Suez/ I colloqui di Parigi stagnano/ I cinesi preparano una sorpresa?/ I negri preparano la rivolta?/ Gli arabi preparano la guerra?/ I russi nel Mediterraneo/ La sinistra in crisi/ La destra in crisi/ Il centro-sinistra in crisi/ Fine del parlamentarismo?/ Il freddo ritorna». Nel 1968 di Ennio Flaiano: quarant’anni e non sentirli.

LA SCIENZA A CACCIA DI DIO

Udite gente, udite. La Scienza sarebbe ad un passo dal grande evento: salire in cielo e strappare i segreti dalle mani di Dio. Come? Scoprendo il Bosone di Higgs, ma sarebbe meglio chiamarlo il Borsone di Higgs perché diventerà il contenitore di tutti i sogni infranti degli scienziati. Sempre secondo i ben informati, saremmo vicini a catturare quella particella di Dio che crea la materia. Saremmo giunti al limite supremo, quello che ci permetterà di svelare il grande segreto dell'Universo. Mah.
Piuttosto, quanto si è speso per realizzare in un colossale tunnel sotto Ginevra (27 km di circonferenza) l'ormai famoso Large Hedron Collider, il mostruoso uroboros capace di cogliere sul fatto Dio a fabbricare l'universo? Ottanta miliardi di euro! E noi paghiamo...
Pericoli? Non vi preoccupate, non date credito agli allarmismi. Non ci saranno buchi neri nel bel mezzo dell'Europa. Il buco nero avverrà solo nel bilancio del CERN, perché il Bosone di Higgs non verrà trovato. Gli scienziati che affollano il Cern di Ginevra in questi giorni, dovranno presto rimettere in frigo le bottiglie di champagne e riconvertire la nuova Torre di Babele in una gardaland della fisica subatomica. Saranno stati buttati sforzi enormi ed enormi risorse. Ma forse non ho messo in conto il fatto che, considerati gli interessi in campo, i produttori di LHC chiamerebbero "particella di Dio" anche un cicalone malcapitato di passaggio nel tunnel. L'esperimento sarà comunque un flop. Forse il più tragico flop che storia umana ricordi. E sapete perché? Perché si sta cercando nella direzione sbagliata e con un'errata impostazione filosofica, un'errata visione del mondo. Cosa c'entra la filosofia con la scienza? C'entra eccome! Se ho, per esempio, una rigida impostazione materialistica (posizione filosofica comune a moltissimi scienziati) sarò convinto che tutto è materia e tutto dipende dalla materia. E cercherò affidandomi alla materia. Si vede ciò che si crede.
È precisamente quello che sembra esserci alla base della teoria del fisico Higgs: se gli atomi esistono e un pezzo di materia si tocca e in mano ci pesa, a farla pesare potrebbe essere una particella speciale che è dentro tutti gli atomi. Appunto quella "particella speciale" che al Cern si propongono di catturare. Dalla materia la materia. Non si scappa. Gli scienziati hanno la loro idea molto materialistica dell'atomo. Il problema è che non è l'idea giusta.
È un po' quello che avviene con l'evoluzionismo, il cui rigido dogma è che tutto l'esistente è come è in quanto risultato di una combinazione di materia, caso e selezione naturale. Però, guarda caso, non si trovano gli anelli di congiunzione tra le varie specie. Anche lì gli scienziati stanno cercando il loro "bosone", ma non lo trovano. E non lo troveranno mai.
La particella di Dio, per questi signori della Scienza, è da tempo fuori catalogo, e non c'è verso di trovarla nemmeno da Ikea, zona Bufalotta, Roma.