Libera lo splendore prigioniero. Il tentativo è quello di attivare delle volontà, di far partire una scintilla che, raccolta da chi ci segue, crei una scarica permanente, un flusso. Verrà il momento in cui tutti gli sconvolgimenti cosmici si assesteranno e l’universo si aprirà per un attimo, mostrandoci quello che può fare l’uomo.

martedì 9 giugno 2009

SRI NISARGADATTA MAHARAJ






La sofferenza è provocata dal dirottare l’attenzione lontano dallo stato “io amo”.
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Spiegare e propagare dei concetti è semplice, ma liberarsi dal pensiero è difficile e raro.
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Il confine tra essere e non-essere mette profondamente in crisi l’intelletto, che è situato proprio in quel particolare punto: questo confine è il maya – yoga.
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Tu, come testimone, vieni prima della felicità, ma il te ultimo, il te reale, viene prima del te-stimone.
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“Conoscenza”, “io sono”, significa coscienza, Dio, Ishvara, guru eccetera, ma Tu, l’assoluto, non sei.
La vera meditazione consiste nel risiedere in questo senso dell’essere. In realtà meditazione significa: il senso dell’essere che resta in sé.
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Tornando alla percezione del “senso- dell’io sono", dovete comprendere che si tratta del principio più sottile che ci sia, più sottile ancora dello spazio. Quando si estingue, perché sopraggiunge la morte del corpo e l’espressione del principio vitale, l’evento viene definito niryana o nirvana. Questo è uno stato in cui non rimane alcuna traccia del “senso-dell’io-sono”, nel modo più assoluto. Questo stato non sa di essere ed è oltre la felicità e la sofferenza, oltre le parole; viene definito parabrahman: uno stato non empirico.
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Spiritualità significa risiedere nel Sé.
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Fino a quando il tuo corpo, il tuo respiro è l’essere sono presenti, tu sai che “tu-sei”. Quando il respiro non c’è più, il corpo muore e l’essere si estingue: questo processo viene appunto definito “morte”. Uno che è morto non può conoscere più nulla, un morto non sa che “egli è”, o che “egli era”.
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Nota bene che nel primo ricordo “io sono” esistono l’intero cosmo e il tuo corpo. Tutti i corpi sono creati da, e sussistono per mezzo di essenze materiali (biologiche), ma il senso dell’essere è la quintessenza o sattva - guna del corpo. Chi è, è da dove arriva questo senso dell’essere? Questo deve essere indagato in profondità; infatti, quando si compie questa ricerca, mentre ci si radica necessariamente nel sapere “io sono” – il senso dell’essere – si verrà fatti partecipi di un’immensa rivelazione: letteralmente comprenderai che l’intero universo manifesto è proiettato dal tuo seme – senso dell’essere, incluso il tuo corpo.
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Uno jnana-yogi  non deve conoscere nulla, in quanto egli stesso è conoscenza; nella spiritualità, lo jnana – yoga è lo stato più alto. In questo stato non c’è individualità, perché si tratta di una dimensione onnipervasiva; molto raramente qualcuno pone domande da questo stato, e ancora più raro è trovare qualcuno che risponderà a quelle domande.
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Dal non sapere – appare il sapere: questo sapere dovrebbe realizzare se stesso.
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Con il completamento dello jnana – yoga, tutto ciò che è stato capito diventa irreale.
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Ritirarsi nello stato di non testimonianza significa entrare nella dimensione advaita, la più alta; perciò tutte le esperienze devono scomparire, inclusa la sensazione dell’essere, che è l’esperienza primordiale.
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Dal nulla, spontaneamente si avverte il senso dell’essere: questo è uno; successivamente, quando il senso dell’essere conosce l’ “io sono”, comincia la dualità.
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Quando il corpo muore i sensi cessano di funzionare, quindi, per quell’entità, né percezione, né conoscenza del mondo possono accadere.
Nell’universo manifesto è possibile che esista un universo percepibile solo quando nel corpo si attiva la capacità di percepire sensorialmente. Il punto principale è che, affinché un universo esista, deve esserci un osservatore che possegga organi sensoriali perfettamente funzionanti. La mente interpreta le percezioni sensoriali e giunge alla conclusione che l’universo esiste. Perciò, nel caso in cui l’apparato sensoriale e la mente dell’osservatore non funzionassero, l’universo dell’osservatore non esisterebbe.
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L’atman può avvertire il senso dell’essere solo attraverso un corpo che possegga un apparato sensoriale propriamente funzionante, altrimenti l’atman non può sentire se stesso.         
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Realizzare quello stato che precede il concepimento, quello stato eterno, qualunque esso sia, risiedere in esso, significa raggiungere il punto più alto. Solo al fine di farvelo comprendere correttamente ora darò un nome a quello stato: si tratta del parabrahman: l’assoluto.
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Dal momento che un saggio risiede nella perfezione, egli non ha alcun bisogno di guadagnare alcunché; tuttavia un cercatore spirituale otterrà milioni di benefici dal solo conservare il ricordo della vita del saggio, talmente è grande il suo potenziale.
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Nello stato dello jnani, non c’è bisogno di nulla, nemmeno di conoscersi.
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Per raggiungere lo stato di divinità, si deve avere un corpo umano e la coscienza.
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In seguito alla mancanza di un corpo, quell’ “io” precedente al concepimento non aveva alcun senso dell’essere, o “senso – dell’ io – sono”. Con il manifestarsi di un corpo, il “senso – dell’io sono” viene imposto sull’io che precede.
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“Io sono”-la parola della sensazione dell’ “io sono”che tu avverti interiormente – non è eterna, mentre tu sei eterno e antico.
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Prima dell’ apparire dell’essere o del conoscere, io, l’assoluto, sono già e lì, per l’eternità.
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Quando permani nello stato di ignoranza, sorgono interrogativi su ciò che è buono e ciò che è cattiva, circa il fare scelte tra l’accettazione e il rifiuto. nello stato del sapere, invece, le cose accadono spontaneamente e non si presenta alcun problema di scelta o di rifiuto.
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Tu esperisci il mondo, ma vieni prima del mondo. Il mondo è empirico, ma “tu”, l’assoluto, sei non – empirico.
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I cercatori spirituali, invece di indagare nella loro natura, che è la loro coscienza, scavano nei libri per acquisire conoscenza spirituale.
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Prima della nascita, c’è bisogno di qualcosa?

1 commento:

Noemi Letizia in Berlusconi ha detto...

Quante cagate. L'occidente è sempre l'oriente di qualche altro.