Libera lo splendore prigioniero. Il tentativo è quello di attivare delle volontà, di far partire una scintilla che, raccolta da chi ci segue, crei una scarica permanente, un flusso. Verrà il momento in cui tutti gli sconvolgimenti cosmici si assesteranno e l’universo si aprirà per un attimo, mostrandoci quello che può fare l’uomo.

domenica 19 ottobre 2008


CUORI IN ATLANTIDE
Lettera aperta a tutti i viaggiatori di misteri. Alcune coordinate senza navigatore per giungere sui continenti sommersi della memoria.





Questo mio studio che dura dal 1971, non parla di fatti reali o di storie inventate, ma di qualcosa d'ancor più inconsueto. Le ricerche e gli studi da me fatti non sono quello che sembrano, allo stesso modo in cui non lo sono le cose che ci circondano. Parlo d'inganno: l'inganno del mondo in cui viviamo e l'inganno che esso nasconde. Che cosa intendiamo di ciò che ci circonda? È come se fossimo stati amputati e conservassimo un doloroso ricordo dell'arto fantasma.
Ho letto Il cuore dell'Asia di Nikolaj Roerich e l'ho trovato curioso, pur tra gli errori della traduzione di Amrita. Ho la traduzione degli Annali Blu del figlio Jurij (Georges), mentre non avrò mai – penso – il coraggio di acquistare tutti i tredici o forse più volumi dell'Agni Yoga, compilazione teosofica effettuata pare da Elena Roerich, moglie di Nikolaj. Dell'altro figlio Svjatoslav ho alcuni ritratti del padre, ma ne so poco di più. Di Nikolaj ho letto i due volumi su Shambhala. E sto leggendo su di lui un volumetto edito anni fa da Rubbettino e curato da Zolla.
L'interessante è il mito di Shambhala, ma anche una descrizione del Tibet ben poco stereotipa, con una contrapposizione tra il Tashi lama portavoce di Shambhala e il Dalai lama tratteggiato quasi come un tiranno, con una povertà incredibile del popolo e un'ottusità oltre i limiti dei suoi governanti.
Il mito di Shambhala è veramente presente in Tibet; ne parlano gli Annali Blu e se ne parla nelle dottrine sul Kâlacakra. Di Agharti/Agarttha non sarei altrettanto sicuro, anche se sembra lo stesso mito. I libri di Roerich, danno elementi interessanti, ma a livello più che altro di chiacchiere su leggende locali. Del resto i testi di Roerich sono una strana mescolanza di cose ben scritte e curiose ed altre irrilevanti.
Il mio pensiero su Shambhala/Agarttha è un pensiero interlocutorio. So che esiste una dimensione affine ma non identica alla nostra (Tír na nÓg ecc.) ma non so che ruolo possa avere di preciso per noi. Da un lato potrei ciecamente accettare ogni leggenda infischiandomene della logica, d'altro canto anche nei paesaggi mitici ci si orizzonta utilizzando la ragione (non solo, ma anche).
Sono tuttavia propenso a credere che, giunti ad un certo livello spirituale, il mondo paia assai più vasto e ricco di quanto non sia per il comune dei mortali, e i confini tra vero e immaginario alquanto sfumati, nel senso che anche l'immaginario ha il suo ruolo reale nel mondo e il reale il suo immaginario, sicché se non si fosse condizionati dalle "idee" correnti, sarebbe ben difficile a volte decidere cos'è vero e cosa no. Più che altro porre per obbligo un'alternativa significa già forzare, "scassinare" il problema. A me pare che la ragione debba essere fatta funzionare benissimo, ma come un bisturi, là dove serve. Se là dove serve non si usa, il paziente muore. Ma se lo si usa dove non serve, muore lo stesso.
Meditando sul significato e il senso del mito, è facile, ad un certo punto, arrivare a Henri Corbin e alla mistica iranica, e quindi a quel concetto di Mundus Imaginalis che è, per quanto mi riguarda, un bisturi meraviglioso per rimuovere i preconcetti e gli errori del linguaggio che, fatalmente, incrostano tali questioni. Il nostro concetto di "realtà" andrebbe ripensato da capo a piedi e l'immaginazione creativa andrebbe vista come strumento di esplorazione, non di invenzione. Il mito è una mappa che sovrapponiamo a un territorio interiore (o dovrei dire sottile... non sto facendo della psicologia, solo tentando rozzamente una specie di metafisica). L'uomo è una sorta di interfaccia tra il mondo esterno, dominato dalla fisica, e quello sottile, metafisico, immaginale. Da una parte abbiamo, a spiegarlo, le scienze matematiche. Dall'altra parte, poesia e immaginazione, mito e simboli.
So che mi sto esprimendo molto male. Mi mancano le parole per dire quello che vorrei. Purtroppo la nostra terminologia occidentale falsa tutte le questioni metafisiche. Non posso dire "immaginazione" senza che si pensi alla fantasia, o "dimensione" senza che si arrivi alla fantascienza. Spero abbiate in parte compreso questa confusa esposizione. Ripeto che questo modello è valido per quanto riguarda il mio percorso personale: altri potranno trovare altri modelli.
Ritorniamo a Roerich. Qualche piccola ricerca su di lui e scopro che è un personaggio a dir poco straordinario, artista e poeta, filosofo e viaggiatore, studioso di culture orientali, esoterista di una certa fama. Ora, visto che muovendosi da Roerich si cade immediatamente nell'antroposofia e nella teosofia, non si può non considerarne la loro storia, il milieu culturale...
Di Roerich apprezzo i quadri, e ne ho letto i testi, molto eterogenei. Ne penso tutto sommato abbastanza bene, girava col figlio Georges (Jurij) gran tibetologo e la moglie Elena teosofa di spicco, non era neanche un reazionario, forse era persino una spia russa. Insomma, un personaggio abbastanza interessante.
Della Blavatsky (Elena Petrovna Blavackaja nata Hahn) penso che fu curiosa persona, caotica assai (come caotiche le sue opere) ma molto energica, probabilmente un po' mistificante ma la cosa andrebbe studiata più attentamente (non mi fido più dei giudizi di nessuno). Non mi pare proprio il caso di usarla come fonte, ma insomma non fu neanche una nullità. La Società Teosofica da lei creata generò cose insipide, ma coinvolse anche anche studiosi di vaglia, come George Robert Stow Mead, la David-Neel, Evans-Wentz...
La Blavatsky fu anche prolifica come narratrice, ma per la verità i suoi racconti non li ho ancora letti.
Fu comunque, a leggerla, meno pesante di Rudolf Steiner (a cui risale l'antroposofia), che però forse era più in buona fede, e produsse ottime cose nelle arti applicate e nell'agricoltura biodinamica. Anche Edouard Schuré era di quel giro, e non scrisse cose spregevoli.
In compenso parecchi teosofi pubblicarono poi cose irrilevanti e melense, ai limiti del tollerabile e oltre. E il tutto contribuì a generare il New Age.
Del resto gli esoteristi con la puzza sotto il naso con la loro smania per la tradizione finirono spesso per imparentarsi a Hitler, e non è certo meglio...
Capiamoci su Schuré, Blavatsky ecc. Non è che io dica che sono attendibili. Però in Schuré vedo un romantico, si pensi al suo libro sulle Femmes inspiratrices, era un artista entusiasta e gradevole. Quanto alla Blavatsky è certo una gran confusionaria e c'è probabilmente parecchio imbroglio, non più però che negli altri occultisti del tempo suo e nostro, spesso assai più noiosi e folli ancora.
Quanto a Swedenborg, mai ho capito come si potesse leggere un autore così noioso, ma ultimamente leggendo il Mistero dell'amor platonico del Rossetti vi ho trovato una chiave diversa, curiosa, come se fosse un linguaggio cifrato. Non so se c'è del vero, ma mantengo per ora qualche riserva mentale.
Non posso però esimermi dall'affrontare il nocciolo della questione, ovvero sulla natura e la forma della storia. Che cos'è la storia? Possibile conciliare la visione esoterica con quella storiografica? Quando è stata l'età dell'oro? È stata veramente in qualche remoto passato? Oppure vivevamo nelle caverne e lottavamo con orsi e tigri dai denti a sciabola? Dobbiamo credere alle sorti progressive dell'umanità o all'offuscamento spirituale? È esistita un'epoca in cui l'uomo possedeva intera la Tradizione, o tale tradizione è soltanto metafora di qualcosa che non abbiamo mai avuto, come il centesimo nome di Allàh? Più che sulla storia si potrebbe ragionare su quanto e come la psiche umana abbia rapporto con la storia. Temo infatti che tutto nell'universo vada e venga, e che ogni prospettiva semplificata sia falsa. E che in molte semplificazioni e quindi errori si celino però più ragioni sociologiche, psicologiche, spirituali. Analogamente si fa del male incidendo una ferita suppurata per togliere un male peggiore ovvero l'infezione...
Quanto all'età dell'oro è sicuramente un paesaggio dell'anima, ma in un mondo dove si muore e uccide come è possibile situarla? Se esistette o esisterà in qualche tempo, è in un tempo che esce dalla storia cioè dall'individualismo che caratterizza le nostre analisi ordinarie. Metafisicamente è sia prima che dopo che mentre. Storicamente pare un riferimento ideale che molti non sono in grado di perseguire se non supponendolo storicamente possibile, il che non è detto che sia.
Per es. nella Bhagavadgîtâ si ingiunge di agire indipendentemente dalle prospettive di successo, per corrispondere al proprio dharma; questa è una visione che a me pare del tutto realistica, ma alla maggior parte della gente parrebbe astratta e incomprensibile.
Veniamo al motivo dell'età aurea, per assicurarvi che anch'io guardo ai luoghi del mito come a regioni della geografia dell'anima. È evidente che, quando parliamo di età dell'oro e di età del ferro o, se volete, di kritayuga e kaliyuga, ci riferiamo a una storia metafisica e non temporale. Questo è anche il mio punto di vista, anche se – a volte – non posso fare a meno di notare come questa costante perdita di interesse del mondo verso le esigenze dello spirito sia un segno preciso, stando a quanto dicono i testi tradizionali, che stiamo sprofondando nell'Ultima Era. Ormai non si fa più nemmeno la fatica di proclamarsi atei: la gente ha perso interesse per le questioni religiose. Il cristianesimo è considerato né più né meno un elemento della cultura europea. Non era così che doveva andare il kaliyuga?
D'altronde c'è una seconda considerazione. Se si va a guardare i miti, ci si accorge che l'età eroica appartiene sempre all'epoca precedente a quella in cui i miti vennero messi per iscritto. Il mondo crollò nel kaliyuga non appena Krishna si affrancò dal mondo delle forme, così come in Grecia l'età del bronzo si chiuse con gli eroi omerici. L'idea è che le età migliori e perfette sono automaticamente proiettate nel passato ogni qual volta il mito viene formalizzato in qualche modo. Sembrerebbe che, l'umanità, anche nelle epoche più remote, sia sempre stata convinta che i tempi che l'avevano preceduta fossero stati migliori di quelli presenti.
Ne deriverebbe – e qui corro il rischio di essere lapidato – che non è mai esistita una Tradizione Primordiale, almeno nella sua forma incorrotta, perfetta, eterna e sovrumana che si pretende abbia avuto in Origine, ma soltanto e sempre rivoli di saggezza che rimandavano a una Sapienza Perfetta che si presumeva perduta in qualche lontano passato. E questi rivoli di saggezza, gelosamente tramandati dai vecchi, erano destinati ad essere dimenticati dalle generazioni a venire (si sa come sono irrispettosi ed empi i giovani d'oggi), finché, nella futura apocatastasi, con la fine dell'età del ferro e il sorgere di una nuova età dell'oro, qualche Manu o qualche Re del Mondo avrebbe ristabilito in toto quella Sapienza da lui custodita.
Tuttavia, detto questo, devo aggiungere che la "realtà" mi sembra assai più sfuggente e complessa. In fondo essa non è solo il mondo come lo tocchiamo e lo misuriamo: oggi dimentichiamo troppo facilmente come l'immaginazione possa essere considerata un vero e proprio organo di senso. L'uomo è un po' l'interfaccia tra il mondo oggettivo e il mondo immaginale e questo ci costringe a prestare un'attenzione più profonda e diversa alle cose di cui partecipiamo, ad espandere quel concetto chiamato "realtà" a tutte le manifestazioni del nostro essere umani.
Dire che a Roncisvalle fu combattuta una scaramuccia priva d'importanza, è mostrare un solo lato di una realtà immensa e composita. L'immaginario medievale non vide mai quell'imboscata alla retroguardia dell'esercito franco come una semplice scaramuccia, ma le diede un significato epocale, sostituì i Saraceni ai Baschi e ne fece l'intero perno tra la fase crescente e quella calante del mito carolingio. Non era un semplice evento storico, ma qualcosa di astorico, di metafisico, una sorta di passaggio – anche se in chiave minore – tra due età del mondo. Prima il Carlo Magno continuatore di un ideale impero cristiano, dopo un regno in dissoluzione, i cui princìpi ideali venivano disattesi, governato dall'ingiustizia e dalla ribellione.
Anche se nei libri di epica delle scuole medie le chansons de geste francesi non compaiono mai – a quanto pare la critica le considera poco significative dal punto di vista letterario – il ciclo nel suo complesso appare assai ben meditato e costruito secondo la logica di un autentico mito. È una visione del mondo, non soltanto le confuse affabulazioni di rozzi trovieri sulle piazze dei mercati duecenteschi.
Mi accorgo di aver parlato molto e di aver solo sfiorato l'argomento che mi sta a cuore.
Sull'età dell'oro, è interessante quanto dice l'Ecclesiaste (7, 11): «Non dire: "Chissà mai perché i tempi di prima eran migliori di questi?" giacché stolta è una tale domanda».
Atlantide... Oddio, Atlantide... è ovvio che ci ho pensato un sacco di tempo, essendo noi viaggiatori dell'altrove assoluto fatti come siamo... Mi sembra strano che Platone se l'inventasse del tutto, ma comunque è lui l'unica fonte, visto che Plutarco si rifà a lui. Vi sono anche miti africani e americani che potrebbero suffragare l'ipotesi, ma per esserne sicuri del tutto bisognerebbe studiarsi bene la questione.
E poi l'unico buco geologico possibile a prendere sul serio Platone sarebbe la zona Golfo del Messico-Antille, l'unico posto dove c'è un vuoto, nel senso che il profilo euroafricano non combacia con quello americano. Questo peraltro convergerebbe con la descrizione di Platone secondo cui Atlantide era davanti alle Colonne d'Ercole, ma prove geologiche non mi pare ve ne siano a sufficienza. Non è detto però che se un luogo sprofonda in una faglia di magma sott'acqua, debbano per forza rimanerne segni chiari dopo dodicimila anni. Va' a capire...
Come luogo perduto dell'anima – al pari dell'Antartide di Lovecraft, o di Shangri-La ecc. – l'Atlantide funziona certo benissimo, ma è da vedere se non è il caso talvolta di vedere nella struttura della psiche il segno di cose realmente successe.
Naturalmente non intendo discutere l'effettiva esistenza del Continente Sommerso, un argomento che lascio volentieri ad altri ricercatori. L'unica fonte è Platone, il quale ci parlava anche dell'Atene pleistocenica, degli uomini tagliati in due e del mondo delle idee... e in effetti è ben probabile che la storia di Atlantide, così come ce la racconta (sia che l'abbia inventata di sana pianta, sia che l'abbia ricevuta dai sacerdoti saitici) sia utilizzata per i suoi scopi letterari. Provo a spiegarmi meglio: come luogo dell'anima, Atlantide esisteva realmente (e devo sottolineare "realmente") per quelle persone che la contemplavano nella propria visione del mondo. Si potrebbe arguire che dèi e dèmoni esistono davvero per coloro che vi credono, magari soltanto come concretizzazione di maschere stese a velare un Assoluto retrostante, ma comunque sarebbe la mente, la fede, l'immaginazione umana a plasmare il mondo di ciascuno (essendo il mondo umano un misto di materiale e immaginale), dando così i presupposti alla presenza di madonne che piangono, di jinn che rapiscono i bambini, di vampiri e fantasmi, e di apparizioni del Buddha. In fondo il Corbin sa bene che è ben possibile sbarcare in Atlantide se si ha la giusta immaginazione attiva, anche se poi credo sia arduo portare via qualche souvenir da laggiù. D'altronde alla fin fine è il nostro mondo ad essere l'ombra di Hurqalyâ e non viceversa...
Nella mitologia tradizionalista c'è tutta una serie di cataclismi e diluvi, che tutti sanno quando e come, anche se non lo possono dire perché il tempo non è quel che sembra, e così oltre che ci si sbaglia si contravviene a non si sa che cosa. Più che altro importa che le date le diano gli altri, così si può criticarli...
Francamente su questi argomenti varrebbe magari la pena compiere degli studi, con il sottinteso però che è meglio dire dieci con le prove che non mille senza prove. C'era una volta Tilak (La Dimora Artica nel Veda), Santillana, l'Airyanem Vaêjô quello sì iperboreo, ecc. ecc.
Ma lungo è il cammino!
Se è vero che la perfezione che non abbiamo ai nostri tempi la proiettiamo sempre nei tempi precedenti ai nostri (come testimonia l'Ecclesiaste), non sarà che quella sapienza incompleta e fallace che possediamo la proiettiamo nel passato perfetta e incorrotta e super-umana? È mai esistita - almeno a portata di mani e menti umane - una Sapienza Originale e Primordiale? O si tratta solo di una sorta di utopia dell'anima, di curioso asintoto dell'intelletto?
Aztlán quale luogo primigenio... la marcia degli Aztechi nel Messico e la fondazione di Tenochtitlán... Non sono un esperto di mitologia amerinda, ahimè – e più per mancanza di tempo che di passione – ma tra gli Indiani del Nuovo Mondo si parlava spesso di emersione del genere umano da un mondo sottostante, e poi si è liberi di interpretarlo letteralmente (forse qualcuno l'ha fatto, magari tirando in ballo qualche versione locale di Agarttha...) o come di una nascita dalle "ossa della grande madre", che forse è tutt'uno con un'emersione delle forme da una specie di cisterna degli archetipi, qui trasformata in una sorta di mondo che è sia precedente che ipoctonio.
La lunga marcia degli Aztechi, finì dove essi videro un'aquila che mangiava un serpente sopra un cactus, e lì essi fondarono la loro capitale (vedi stemma nella bandiera del Messico).
Un cactus, un'aquila e un serpente. Curioso vero? Tutto ciò ricorda il frassino Yggdrasill, con il serpente alle radici e l'aquila tra i rami. O l'albero di Huluppu, con il serpente alle radici e l'uccello Imdugud tra i rami.
Si potrebbe anche parlare dell'albero della conoscenza, con il serpente tentatore e i cherubini a difenderlo. Una tradizione omologa che si trova alla base di questi racconti sembra ben diffusa... bisogna tirare in ballo Atlantide, la Tradizione Primordiale o cos'altro?
O forse semplicemente applicare alla mitologia le ipotesi monogenetiche della specie umana che Cavalli-Sforza ha già applicato con successo nella genetica e che Greenberg e Ruhlen hanno applicato nella linguistica?
Davvero, io non sono sicuro affatto se mai sia esistita Atlantide, o se la sapienza abbia mai abitato in questo mondo o mai l'abiterà. Però...Però ho più sospetti che altro, cioè credo saggio non chiudere la porta a nessuna ipotesi, se non si hanno le prove. Così insondabile è il tempo, l'universo...Direi che a questo punto della mia vita dovrei pronunciare alcuni ringraziamenti. Uno è senz'altro per gli inventori dei simboli, produzione così scarsamente redditizia sotto il profilo monetario... Essi comunque al tempo stesso mi hanno anche incasinato, perché non sai mai bene fin dove il simbolo arrivi, e in quante direzioni.
Hurqalyâ è certo una dimensione dell'anima, ma chi la conosce fino in fondo? è mai possibile? E poi quando vado in ufficio, dov'è Hurqalyâ, dove Êrân Vêj, dove il Pardés? Con uno sforzo, a lampi, il cuore ne ripalpita anche allora, ma devo far violenza, se no una dimensione amorfa e opaca spegne la mia passione...
A volte mi pare che si potrebbe davvero partire per la santa guerra magari col grido templare Vive Dieu Saint Amour! Altre volte mi sembra tutto così illusorio, e che sola strada di libertà sia la pienezza luminosa della Fravashi nella morte.
Mille Atlantidi e Iperboree nelle memorie mie e vostre e dei nostri avi, reali e immaginarie, chissà quante vere?
Alla fine però gli anni ci stancheranno, e i libri letti li dimenticheremo. Solo la luce interna rimarrà, e tutto il resto paglia per il fuoco della luce dell'interno (se ci va bene).
Il frassino del mondo, Odino, Yggdrasill, sembrano ferite reali, sanguinanti, in un mondo di illusorio benessere, lacerazioni sulla faccia mediocre dell'abitudine.
Tendo infine a sospettare (la mia è la filosofia del sospetto?) due cose: la prima è che l'essenziale sia mistero, perciò silenzio, perciò fonte segreta aformale dell'espressione, disposta però a zampillare per chi davvero la desidera; la seconda è che, raggiunto un certo stato, i simboli comincino a parlare veramente, magari più di quel che già sperimentiamo, a mostrarci cioè la propria necessità.
Per esempio si potrebbe capire in che modo esattamente Yggdrasill stia dentro di noi, ma non astrattamente bensì fino a sentirne sensorialmente le radici, le fronde, le ferite, i cicli.
E poi sospetto anche che il tempo sia una fantasmagoria di dilatazioni e restringimenti, che non sia per nulla lineare, né unidirezionale, e che la memoria che se ne ha sia per ciascuno di noi assolutamente funzionale a ciò che è, sicché la sua percezione non sia in alcun modo oggettiva.
In conclusione: potrei anche partire per l'ennesima ricerca di Atlantide, perché questa cerca sarebbe una nobile impresa. Non so se si arriverebbe, e neanche se la meta esista, ma il sentiero sarebbe ricco d'avventure. Forse s'aprirebbero strade che portano a strani eremiti che c'insegnerebbero la strada, forse bellissime fate costituirebbero per noi novelli enigmi di vita e di morte in castelli che altrimenti giammai percepiremmo. Per questo vado studiando e cercando da decenni, suppongo. Ma sapere un dato storico preciso, anche solo uno, di cui essere totalmente sicuri, in campo storico è un problema serio. Serio per modo di dire, perché questo tipo di conoscenza che dura al massimo il tempo di una vita non conta molto. Un nobile gioco, più probabilmente una scommessa. Ecco tutto. e nostra compagna di gioco è l'insondabile notte.

5 commenti:

francy ha detto...

SOGNARE UN IMPOSSIBILE SOGNO,
PORTARE IL DOLORE DELLE PARTENZE,
BRUCIARE DI UN'IMPOSSIBILE FEBBRE.
AMARE FINO ALLA LACERAZIONE,
AMARE ANCHE TROPPO ANCHE MALE,
TENTARE SENZA FORZA E SENZA ARMATURE DI RAGGIUNGERE
L'INACCESSIBILE STELLA...
"Ditemi,com'è Cyrano?" straordinario,non conosco un altro come lui,poeta,spadaccino,scienziato,
SPIRITO LIBERO...

giusy ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
giusy ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
giusy ha detto...

SALVE! sono Giusy, e sono una grandissima fan del de Bergerac. Il tuo commento è molto bello, ma vorrei mettere in evidenza alcune cose. Ammiro la personalità del Cyrano poichè rappresenta l'essatto ideale di anticonformismo culturale e anche umano se posso ammetterlo. Il Cyrano è una persona che non ha mai smesso di sognare,non ha mai accettato di adattarsi al branco anche se la sua scelta comportava una vita di inquietudine e nostalgia. Ho amato molto quando hai paragonato la "vulnerabilità e il nichilismo umano" al nostro mondo occidentale ma non mi è affatto piaciuto l'abbinamento tra il cadetto di Guascogna e il Quijote di CErvantes. IL Cyrano è uno spirito "ribelle e innovativo" il QUijote è uno spirito " anacronistico e particolare" . IO fossi stato in te, avrei parlato della scena finale del nasone,che delirando in punto di morte,combatte nel suo mondo spirituale contro tutti i suoi acerrimi nemici anti-etici.Avresti accentuato la forza di un eroe che lottando in vita,si battè pure abbracciando la morte. Il <Cyrano è un uomo che cerca di guarire un tumore sociale inestirpabile, un tumore che è impossibile estinguere.. ma è necessario curare. Cyrano come dici tu stesso,sta in tutti noi... ma penso che per "noi" si intenda gli UMANI..(e di umani ce ne sono pochi). Estraniarsi dal male senza combattere(come la massa nella storia spesso ha fatto),non è da umani.. è da semplici esseri viventi. Tutti lottiamo per un sogno... tutti sappiamo che esso non si può raggiungere,ma tentiamo almeno di avvicinarci ad esso..altrimenti saremmo solo un "in vita non fummo niente!". Per questo ammiro Cyrano,l'esatto ideale di UOMO e di UMANO nella perfetta sincronia di dolore fragilità e immensità.Cyrano fu solo un uomo.. e per questo fu tutto.

giusy ha detto...

non fare caso alla punteggiatura, non ho avuto tempo per il labor limae